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Negli anni Quaranta del Cinquecento, un decennio cruciale e spesso meno celebrato rispetto alla maturità post-1550, Andrea Palladio compie la sua vera metamorfosi, trasformandosi da abile professionista locale in un maestro di fama universale. Il catalizzatore di questa straordinaria evoluzione fu il sodalizio con Giulio Romano, erede diretto della grande tradizione di Bramante e Raffaello. Per Palladio, il confronto con un artista di così vasta esperienza ed erudizione rappresentò una palestra fondamentale per affrontare problemi complessi, dalla gestione dei cantieri alla riflessione teorica sull’architettura.

Questo legame si concretizzò in modo emblematico attraverso le committenze dei potenti fratelli Marcantonio e Adriano Thiene, tra i personaggi più ricchi e politicamente influenti di Vicenza. Leader della fazione filoveneziana e filofrancese, i Thiene miravano a proiettare il loro prestigio ben oltre i confini locali, stringendo alleanze con le grandi corti europee e offrendo un’ospitalità principesca. La magnificenza dei loro progetti architettonici rispondeva direttamente a queste ambizioni di potere e nobiltà.
Al centro di questa fase vi è la progettazione della Villa Thiene a Quinto (insieme al grandioso palazzo cittadino). Le preziose note lasciate dall’architetto inglese Inigo Jones nel 1614 attestano che l’ideazione e i disegni di partenza erano di Giulio Romano. Inizialmente, Palladio operò come direttore dei lavori e collaboratore stretto, assumendo il controllo totale del cantiere solo dopo la scomparsa di Giulio Romano, avvenuta tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1546.

Questo passaggio di consegne non fu una mera prosecuzione, ma un vero e proprio tirocinio avanzato. Da Giulio, Palladio assimilò l’impiego di volumi imponenti, l’uso di lesene binate chiaramente debito di Palazzo Te a Mantova e la capacità di concepire l’edificio come un organismo complesso. Contemporaneamente, Palladio iniziò a rompere radicalmente con la tradizione veneta precedente, introducendo soluzioni innovative come il piano nobile rialzato sopra un basamento rustico destinato ai servizi, che fungeva da vero e proprio stilobate.
L’attività di quegli anni fu però segnata anche dalla necessità di confrontarsi con la realtà e con i vincoli imposti dai committenti, come dimostrano i progetti in cui Palladio dovette adattarsi a strutture preesistenti o a richieste specifiche. L’esperienza degli anni Quaranta si delinea dunque non come una semplice parentesi giovanile, ma come il laboratorio in cui si sono formate la grammatica visiva e la flessibilità progettuale che avrebbero reso immortale il nome di Palladio.
Tuttavia, né la villa né il palazzo dei Thiene vennero mai ultimati nella loro grandiosa concezione originaria. Questo fu dovuto a una serie di fattori storici e familiari: Ottavio Thiene, figlio di Marcantonio, sposò l’erede del conte di Scandiano e nel 1565 fu investito del titolo di conte di Scandiano da Alfonso II duca di Ferrara, spostando progressivamente gli interessi della casata verso Ferrara ed Emilia. Questo mutamento di orizzonti, unito alla morte prematura di Adriano, spiega perché le straordinarie fabbriche dei Thiene siano rimaste incompiute nonostante i grandi mezzi economici della famiglia.
Villa Thiene a Quinto Vicentino è visitabile su prenotazione ed è stata recentemente rinnovata con l'aggiunta di percorsi accessibili.
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